Unione Degli Avvocati d'Italia

Sezione di Barletta

 
   
lunedì 10 dicembre 2018 - ore 02:39
Avvocatura o avvocature?
La crisi dell’avvocatura investe la sua stessa identità.

domenica 15 marzo 2015

La crisi dell’avvocatura investe la sua stessa identità. All’avvocatura italiana attualmente manca soprattutto questo, una definizione condivisa di quello che dovrebbe essere il nostro ruolo nella società. Può apparire paradossale, ma se oggi si provasse a chiedere a vari avvocati una descrizione della nostra professione, le risposte potrebbero essere le più disparate e contraddittorie. La categoria è frammentata: c’è chi ritiene che essere avvocato non possa che significare andare in udienza tutte le mattine, esercitando la professione nel modo “classico”, e chi ritiene che l’avvocato sia un operatore giuridico che possa fare molte cose, senza essere vincolato ad una sola di esse: mediare, offrire consulenze, prestare assistenza giudiziaria. C’è chi ritiene che un avvocato non sia obbligato a conoscere una lingua straniera, ad usare un computer, ad aggiornarsi attraverso il web e le reti social, e chi invece pensa che un avvocato privo di questi mezzi non possa esercitare in modo efficace. Questi del resto sono solo alcuni degli aspetti controversi. La categoria non esprime una visione sintetica del rapporto da avere con il mercato globale, con i capitali, con nuove forme di manifestazione del diritto. Persino i valori della rappresentanza democratica, lungi dall’essere patrimonio comune e condiviso, sono oggetto di aspri scontri, in cui a pochissimi importa offrire una risposta, per il suo valore univoco, mentre moltissimi si preoccupano di difendere la propria squadra. Per anni tutte queste contraddizioni, gli scontri e le differenze sono state trattate come divisioni dell’avvocatura, ma sempre più gli avvocati sono costretti a confrontarsi con la verità: la presenza di varie avvocature, piuttosto che di “una” sola, è ormai diventata un dato con cui fare i conti. Questo chiarisce cosa si debba intendere, nel caso dell’avvocatura italiana, per “crisi di identità”: non l’incapacità di riconoscere la propria natura, ma il non voler accettare la pluralità di gruppi che il termine “avvocatura”, tenta invano di riunire sotto un’unica bandiera. Una situazione che porta ad un risultato, ovvero che i molti e diversi tentativi di rispondere alla domanda “che fare?” che gli avvocati si pongono, sono resi totalmente velleitari, a causa della nostra incapacità di valutare in modo utile “cosa siamo.” Eppure l’avvocatura italiana sembra non poter più eludere questo problema, costretta a guardare a se stessa come una pluralità di avvocature, che necessitano di una risoluzione, quasi che l’equivoco ed il non detto, se non sommessamente, non possano più attendere risposte. Questa pluralità deve quindi essere definitivamente affrontata, e non ci sono che due modi per farlo: l’avvocatura italiana può rinunciare al tentativo di tenere assieme ciò che è intimamente diviso, oppure può tentare una mediazione, attraverso una rappresentanza unitaria di questa nostra pluralità. Occorre compiere una scelta, che non è stata ancora fatta, ma dovrebbe essere il tema centrale delle nostre future riflessioni. Per quanto mi riguarda, ratificare le nostre divisioni, separando le varie avvocature italiane, condannerebbe gli avvocati italiani alla sicura irrilevanza. La soluzione a mio avviso non può che essere la costruzione di una rappresentanza unitaria e plurale delle avvocature, che abbandoni definitivamente il falso mito dell’avvocatura unica, e convinca le avvocature italiane a condividere obiettivi comuni. Due questioni, intimamente legate, potrebbero essere un banco di prova importante per una rappresentanza consapevole di questo bisogno: quella reddituale e quella previdenziale. Le avvocature italiane vivono una grave contrazione dei redditi, a cui la giurisdizione statale non pare poter più offrire concrete possibilità di ripresa. E’ dunque interesse di tutte le avvocature lavorare per un ampliamento delle nostre possibilità, costruendo gli strumenti per guadagnare di più, facendo più cose di quanto abbiamo fatto fino ad oggi. Stesso discorso si può fare per la questione previdenziale. A mio parere questo è ormai diventato un problema che l’intera società occidentale deve affrontare e risolvere. Il welfare attivo, la mutualità obbligatoria, che non si misuri con la crisi dei redditi, è un’idea che non funziona. Nessuno può dare ciò che non ha, nemmeno per ricevere assistenze o polizze assicurative che lo tutelino dai rischi in cui incorre, nello svolgimento della sua professione. Nessuno può sacrificare un bisogno attuale e certo, alla possibilità di ottenere una misera pensione di anzianità, nella parte finale e residuale della propria vita. Due questioni, molte avvocature, ma un interesse evidente a cercare sintesi, non perché lo consenta un’identità che in realtà manca, ma perché gli interessi da difendere non avranno possibilità di imporsi, senza un sostegno adeguato.

Salvatore Lucignano

Fonte: http://www.siamoavvocati.it/